Le reti di imprese. Una risposta alla crisi anche per l’Umbria?

CastagnettiI benefici che si ricavano dalla costituzione di una rete di imprese, la necessità di aumentare la competitività delle aziende e di riconoscere il valore delle decisioni dell’altro. Intervista a Luca Castagnetti, Studio Impresa, Verona. a cura di Cecilia Bruschi

 

In cosa consiste lo sviluppo di una rete di imprese e quali agevolazioni hanno le aziende che vogliono costituirne una?

Il contratto di rete rappresenta una nuova forma molto elastica di aggregazione fra imprese. Esso, a differenza delle modalità già esistenti – disciplinate dal diritto societario (vedi le Società fra aziende, i Consorzi, le Associazioni fra imprese e la Cooperazione tra operatori e produttori) e da quello commerciale (attraverso i contratti di concessione, gli accordi di distribuzione, il franchising etc…) – tende a scardinare la logica della “spartizione del valore” fra i membri della rete mettendo al primo posto la creazione di un valore strategico nuovo per tutti.

Tra le principali caratteristiche del contratto di rete c’è che esso non genera una autonoma soggettività giuridica, se non espressamente richiesta mediante apposita iscrizione presso il Registro Imprese. Inoltre esso è a metà strada tra un contratto associativo e un contratto di scambio e può avere una governance e un fondo patrimoniale simile a quelli delle società. Il contratto di rete ha uno scopo preciso: incrementare la competitività e la capacità di innovazione delle imprese attraverso un programma di lavoro preciso e identificato.

Questo ultimo punto è quello che meglio identifica la motivazione per cui un’azienda sceglie di stipulare un contratto di questo genere e ne stabilisce anche il valore primario. Spesso la crisi delle piccole imprese è generata da modelli di gestione che non funzionano e da una non sufficientemente attenta valutazione di ciò che il mercato chiede. Lavorare in rete per le aziende più piccole, e quindi meno competitive, può servire anche ad internazionalizzarsi acquistando credibilità all’estero attraverso una collaborazione stabile fra partner diversi con obiettivi e strategie condivise.

Esistono, che lei sappia, dei Bandi regionali umbri volti a finanziare le attività della rete di imprese? Quali altri soggetti privati possono diventare dei buoni partner finanziari per questo tipo di progetti?

Ormai tutte le regioni italiane, compresa l’Umbria, stanno individuando nelle reti dei soggetti per il cambiamento. Questo perché è sorta la necessità di non concedere contributi a pioggia, i quali risultano solo dispersivi e spesso poco efficaci, ma piuttosto di incentivare le aziende che puntano sull’innovazione e sul cambiamento della propria politica di gestione. Esistono varie tipologie di aiuti che variano a seconda delle caratteristiche di base del contratto. In questo senso la Regione Umbria ha attivato il primo “bando per lo sviluppo delle risorse umane nell’ambito di reti di imprese, di singole imprese e di singole imprese innovative” già nel 2008.

Oltre ai finanziamenti pubblici fra i partner privati il sistema bancario è quello che già da tempo ha iniziato a selezionare progetti di questo tipo da finanziare. Il sostegno alle reti da parte delle banche (fra le più conosciute Banca Intesa e Unicredit sono già attive in questo specifico ambito) costituisce una base di supporto fondamentale, e più importante delle agevolazioni pubbliche, proprio per il fatto che per queste i progetti di rete rappresentano una scelta appetibile sulla quale investire. Questi infatti risultano più affidabili rispetto ad altri – visto che i partner stessi del progetto hanno fiducia fra di loro – ed è proprio la loro forte progettualità che li rende più interessanti.

A suo parere quali sono i settori commerciali e produttivi nella regione Umbria che potrebbero maggiormente godere dei benefici della costituzione di una rete aziendale? La Green economy del territorio in che maniera ne può trarre beneficio?

La Regione umbra gode di una rinomata tradizione in campo agroalimentare ed è stata capace nel tempo di distinguersi proprio per l’unicità dei prodotti del territorio. Intravedo proprio qui la possibilità di riunire alcuni piccoli produttori per una collaborazione che li possa rendere più competitivi e ben inseriti nel contesto economico di riferimento. La sfida è quella di far dialogare le aziende produttrici con quelle del settore terziario creando una vera e propria rete di servizi attorno al prodotto.

Per quanto riguarda il discorso della Green Economy, e delle fonti rinnovabili per esempio, la stessa cosa può avvenire per il settore energetico che è quello più adatto a raccogliere gli interessi e a unire le competenze di più soggetti diversi. È quanto avviene già per la rete veneta “Energy4life” che è riuscita a trasformare il prodotto commerciale (l’esempio più chiarificante è quello della caldaia) in un prodotto finanziario, capace cioè di vendere risparmio (l’ottimizzazione dei consumi negli anni con la diminuzione degli sprechi) integrando le tecnologie della produzione con il settore dei servizi e della finanza. Sempre in campo energetico il settore delle biomasse è particolarmente adatto per la costituzione di una rete di più imprese, e questo vale anche per la regione Umbria.

Le amministrazioni locali che ruolo giocano in questo tentativo di crescita delle imprese del territorio e con quali azioni concrete lo possono agevolare?

A mio parere in un periodo di scarsità di risorse la migliore azione che le amministrazioni locali possono realizzare è quella culturale. Un’opera di sensibilizzazione e attenzione continua verso le possibilità che offre la costituzione di una rete di imprese mira a costruire il terreno giusto per permettere agli imprenditori di divenire più consapevoli e aperti al cambiamento. Agevolare le aziende che lavorano in rete e che investono sulla formazione dei giovani e sulle tecnologie innovative, promuovendone l’allargamento ai mercati esteri, serve a creare un valore aggiunto al territorio in cui esse operano. La prima iniziativa concreta da attuare è quella di fare una politica di tipo industriale che miri ad alleggerire la macchina burocratica e a velocizzare i pagamenti.

Grazie alla sua esperienza in questo campo nota in generale uno scetticismo verso il sistema dei contratti di rete oppure questa è una realtà che si sta già sviluppando in maniera efficace?

Non lo definirei un vero e proprio scetticismo. Penso piuttosto che sia una questione di avere un atteggiamento corretto utile ad attivare un meccanismo virtuoso. Non sempre si è pronti a lavorare insieme ad altri e credo che serva un cambio culturale. Le difficoltà che nel tempo emergono nel lavorare con altri sottolineano un fattore strategico: la capacità di avere un atteggiamento che passa dall’idea che “io sono la risposta” a quello che dice “io posso dare un contributo”. In questo modo è possibile superare le diverse velocità di lavoro tra le persone, far cogliere come “valore” la pazienza che è necessaria per attendere la decisione dell’altro. È una socialità nuova che si esprime.

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