Il modello Novamont e il passaggio da un’economia di prodotto ad una economia di sistema

materbi_logoIl valore della bioraffineria integrata nel territorio, l’importanza del connubio fra innovazione tecnologica e studi biochimici, la partenza da materie prime rinnovabili. Intervista a Giulia Gregori, Responsabile Pianificazione Strategica Novamont.

a cura di Cecilia Bruschi

 

Materie prime rinnovabili e prodotti biodegradabili rappresentano gli ovvi vantaggi ambientali dell’uso del Mater-Bi®. Rimane però la questione se la plastica di per sé, bio o meno, non faccia parte di una società anti-ecologica, quella dell’ “usa e getta”. Lei cosa ne pensa?

Per rispondere alla sua domanda, utilizzerei la frase del nostro vecchio Presidente, Umberto Colombo, che l’amministratore delegato di Novamont Catia Bastioli ricorda spesso: “la sfida del nostro millennio sta nel divario tra i mezzi di cui l’umanità dispone e la saggezza con cui sapremo utilizzarli”. In questo senso non è corretto ricollegare la plastica, che viene utilizzata per un’ampia gamma di prodotti (dai beni durevoli a quelli usa e getta), ad una società anti-ecologica, dal momento che ha nel tempo contribuito a semplificare molto alcune abitudini di vita soprattutto nel settore degli imballaggi.

Quello che l’azienda tenta di fare, seguendo un’ottica di efficienza delle risorse, è proprio di andare a minimizzare lo spreco di certe risorse, di riutilizzare gli scarti come materie prime rinnovate e andare a mettere a punto nuovi prodotti che contribuiscano a trovare soluzioni che agevolino il funzionamento di specifici sistemi. Un esempio importante è quello della raccolta differenziata della frazione organica. Già da alcuni anni abbiamo infatti sviluppato i sacchetti biodegradabili per la raccolta dell’organico e collaboriamo attivamente, in questo settore, con gli oltre 2500 comuni che fanno il porta a porta dell’umido oggi in Italia, oltre che con il CIC, ottenendo alla fine un compost di qualità.

Perciò non tenderei ad attribuire questa colpa unicamente alla plastica, che fra l’altro per alcune applicazioni è da considerare un materiale perfettamente riciclabile, basti pensare a tutta la filiera del recupero delle bottiglie in PET, sostanza che ritorna ad essere materia prima per l’industria.

Novamont ha pubblicato un rapporto di sostenibilità. Questo rapporto rappresenta un notevole impegno di risorse e presenta molte informazioni che altre imprese preferiscono non rendere pubbliche. Quali sono le ragioni per cui Novamont ha scelto di affrontare questi costi e al contempo di rendersi così trasparente?

Il nostro è uno sforzo continuo e costante verso una metodologia interna all’azienda che riguarda un approccio sistemico e inclusivo ai processi di relazioni e che mira anche ad allargare questo processo di scambio a tutti gli stakeholders, dai dipendenti fino ai clienti e alla società civile, così da cercare una continua collaborazione che riteniamo assolutamente necessaria allo sviluppo di un nostro personale modello di economia di sistema. Più riusciamo ad essere leggibili più questo processo continuo di analisi, confronto e rielaborazione è attuabile e utile al raggiungimento di questo nostro obiettivo.

Peraltro abbiamo scelto di seguire le linee guida del GRI (Global Reporting Iniziative), per la predisposizione del Rapporto di Sostenibilità, in modo da avere anche una certificazione esterna rispetto a quello che andiamo a dichiarare riguardo a determinati parametri, ottenendo nel 2010 il livello più alto di conformità rispetto ad esse (A+), e nel 2011 l’A+ checked.

L’uso delle bioplastiche comporta innegabili vantaggi ambientali, ma perché esse siano completamente sostenibili sono necessarie delle condizioni circostanziali che conducano a concludere il ciclo completo di produzione in positivo, come per esempio l’integrazione dei siti di produzione nel territorio, una coltivazione delle materie prime a basso impatto ambientale o, meglio ancora, biologico. Novamont, in che maniera cerca di garantire la sostenibilità dell’intero ciclo di produzione?

Il modello che segue Novamont per il proprio sviluppo è quello della “bioraffineria integrata nel territorio” e si basa sull’idea dell’individuazione, per l’avvio di nuovi impianti fondati su tecnologie proprietarie, di siti produttivi chimici in crisi, già chiusi o in chiusura, in modo da salvaguardare le zone vergini e riconvertire invece quelle che hanno già subito un’impronta umana e industriale, trovando così nuove opportunità di industrializzazione attraverso la loro riconversione. L’impatto ambientale sul territorio viene in questo modo notevolmente ridotto (anche perché spesso queste iniziative vanno di pari passi con la bonifica dei suoli) soprattutto dal punto di vista delle infrastrutture, dal momento che spesso si riesce a sfruttare le utilities e le facilities degli impianti chimici tradizionali, ma anche grazie al recupero delle abilità e competenze degli operatori, tecnici, ricercatori, operai, che vi lavoravano in precedenza. Ad essi viene, infatti, offerta l’opportunità di trovare una nuova occupazione in un settore a loro vicino ma che offre una nuova competitività in un ambito innovativo come quello della Bioeconomia.

Allo stesso modo cerchiamo di lavorare valorizzando le biomasse presenti nel territorio andando ad analizzare la biodiversità locale e individuando le colture e gli scarti idonei all’utilizzo all’interno della bioraffineria. Questo processo lo attuiamo in collaborazione con i centri di ricerca, le università e con gli agricoltori. L’azienda possiede al suo interno, inoltre, la funzione “ecologia dei prodotti e comunicazione ambientale” dedicata allo studio dell’impatto ambientale dei prodotti e dei processi lungo tutto il ciclo di vita.

L’impegno Novamont per un nuovo modello di sviluppo interessa esclusivamente il processo produttivo e la qualità del prodotto o incarna anche uno sforzo che mira ad estendersi verso altri settori o comportamenti aziendali?

La nostra ambizione è quella di essere un soggetto che non opera esclusivamente sul fronte industriale ma che è in grado di portare avanti un modello di sviluppo che coinvolge tutti i settori – dall’industria fino all’ambiente, alla società e all’economia – e che punta a non pensare più solo in una logica di profitto, che corre rapida e continua, ma piuttosto ad aprirsi a tutte le componenti in modo armonico e coordinato. Questo è quello che intende il nostro Amministratore delegato Catia Bastioli quando parla del passaggio da un’economia di prodotto ad un’economia di sistema.

Adottare un certo codice etico che indirizza i comportamenti all’interno dell’azienda è uno dei mezzi che adottiamo per andare in questa direzione, nel tentativo anche di creare una migliore atmosfera di lavoro attraverso una corretta gestione delle relazioni.

Novamont cresce e crescono anche le superfici necessarie per coltivare le materie prime. Potrebbe arrivare il momento in cui queste coltivazioni “no food” entreranno in conflitto con quelle dedicate alla produzione di cibo?

Il concetto da cui parte Novamont è quello dell’uso a cascata delle biomasse, secondo il quale le risorse agricole debbano prima di tutto essere destinate al soddisfacimento dei bisogni alimentari e successivamente, attraverso un precisa gerarchia, alla realizzazione di prodotti a valore aggiunto, lasciando le frazioni non ulteriormente valorizzabili per la produzione di energia. In questa prospettiva l’azienda sta sviluppando tutti i suoi materiali e le Bioraffinerie.

Per la produzione delle materie prime rinnovabili impiegate nel Mater-bi non vengono sfruttati terreni vergini o deforestati. Le coltivazioni industriali (di mais o oli vegetali) impiegate per la produzione del Mater-bi, derivano da aziende agricole tradizionali. La quantità di amido di mais usato da Novamont nel 2007 per esempio è stata pari allo 0.05% (ca 540 ha) della totalità del terreno italiano impiegato nella produzione italiana. È importante sottolineare anche che l’amido di mais, da anni viene impiegato a livello industriale, non solo per la plastica ma anche per la cosmetica, l’agrochimica, gli adesivi e le trivellazioni petrolifere, per fare alcuni esempi.

Dal punto di vista pratico, ipotizzando un triplicamento della produzione delle bioplastiche entro il 2020, visti i valori riportati precedentemente, possiamo essere certi che non entreremo mai in conflitto con l’industria alimentare per lo sfruttamento dei terreni. L’azienda sta inoltre attuando una ricerca molto forte sull’ottenimento di materia prima dagli scarti e dai residui di coltivazione delle colture.

Quali provvedimenti del governo locale, della Regione e del governo nazionale sarebbero importanti per sostenere le aziende che rafforzano la base industriale dell’economia verde?

La transizione verso un modello di bioeconomia secondo noi è possibile solo attraverso un supporto anche dal punto di vista istituzionale. Sarebbe importante che i settori guida trainanti del paese, come ad esempio la chimica verde, diventassero il fulcro della politica industriale nazionale al fine di permettere la crescita locale e consolidata di prodotti ad alto contenuto innovativo nel nostro paese. In assenza di questo riteniamo che già sarebbe sufficiente far in modo che le normative in vigore (per esempio quelle che riguardano tutto il sistema della raccolta differenziata) vengano fatte rispettare. Quindi è fondamentale attuare un’efficace azione di scouting sulle competenze presenti e lavorare insieme, istituzioni e imprese, per metterle in rete, focalizzando le energie e le risorse, per tentare di accelerare il processo di innovazione delle imprese e far sì che giungano sul mercato con nuovi prodotti.

In questo senso si pone l’iniziativa del Cluster della Chimica Verde, fortemente voluto dal MIUR e con un importante supporto della Regione Umbria! Speriamo che questo possa valere anche per il futuro.

www.novamont.com


Categories: Interviste

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