Il Centro Panta Rei e la sostenibilità della pedagogia del fare

pantarei_homeIl lavoro costante per la costruzione di una consapevolezza ambientale, il rispetto per le risorse del territorio, l’importanza della pratica nel processo educativo. Intervista a Sanni Mezzasoma, Centro Panta Rei, Passignano sul Trasimeno, Perugia. a cura di Cecilia Bruschi

Quando è nato il centro Panta Rei?
Panta Rei nasce come cooperativa nel 1993 ma il progetto, pensato per la riqualificazione di una zona agricola abbandonata dopo un incendio, si realizza nel 1999. L’area consisteva in 5000 m3 di cubatura con delle strutture ormai fatiscenti, costituite da alcuni pannelli di poliuretano alle pareti e il soffitto in eternit, che stavano diventando pericolose anche dal punto di vista ambientale. Il progetto è stato realizzato grazie ad un finanziamento europeo e la fase di ristrutturazione degli edifici è terminata nel 2001.

Seguendo la nostra idea di pedagogia del fare abbiamo fin dall’inizio cercato di coinvolgere il maggior numero di ospiti possibili nel processo di costruzione del nuovo edificio, creando in questo modo un’occasione di apprendimento. Siamo quindi partiti dall’idea che il contadino una volta, oltre che essere bravo a lavorare la terra, possedesse delle capacità manutentive che gli permettevano di riparare le strutture e gli attrezzi con cui lavorava. Queste abilità sicuramente possono essere trasmesse agli altri in un percorso di pratica costruttiva condivisa.

Per questo anche la scelta della terra cruda come materiale da costruzione è stata a mio avviso particolarmente felice, proprio perché ci ha permesso di condividere con facilità le tecniche e le pratiche costruttive offrendo anche degli ottimi risultati sia dal punto di vista estetico, di salubrità oltre che di risparmio energetico degli edifici. Inoltre c’è da tener conto del fatto che il materiale costruttivo è stato completamente reperito nel luogo di origine della struttura, dallo scavo delle fondamenta dell’edificio, e che è di origine naturale.

Quali sono le principali attività che portate avanti?
Partendo proprio dal concetto della sostenibilità ambientale le nostre attività riguardano i temi del rispetto e del risparmio delle risorse. Si comincia dall’agricoltura biologica, alla permacultura, passando per l’orto sinergico, i frutteti e gli allevamenti a conduzione biologica fino all’attività formativa legata alla sostenibilità, alle fattorie didattiche e all’educazione ambientale. Una buona parte di queste attività è legata alla presenza dei volontari che, grazie ad una proficua collaborazione attivata con il servizio volontario europeo e il servizio civile nazionale, transitano settimanalmente nel nostro centro contribuendo attivamente alla conduzione delle parti produttive dell’azienda, oltre che alla costruzione delle strutture.

Come si coniuga il concetto di sostenibilità ambientale con quello che il centro costruisce e promuove?
La nostra idea di sostenibilità parte dal concetto chiave della complementarietà e si basa sull’importanza della pratica per offrire una maggiore possibilità di scelta a chi intende acquisire abitudini più sostenibili dal punto di vista umano ed ambientale. Non ci poniamo in termini alternativi né sostitutivi, ma appunto complementari concretizzando la possibilità di scegliere in modo sostenibile. Secondo noi dunque non è necessario partire da un decalogo di buone pratiche tra le quali scegliere e attivare i propri comportamenti, come spesso avviene oggi, ma piuttosto ripartire dalle pratiche per costruire poi il proprio decalogo personale da seguire. La modifica dei comportamenti può avvenire, infatti, grazie all’aumento di questa possibilità di scelta che è data da una maggiore consapevolezza acquisita attraverso l’esperienza.

Per fare un esempio: se un bambino che esce da Panta Rei poi getta la carta per terra noi non crediamo che il nostro sforzo educativo sia stato fallimentare (ovviamente lavoriamo perché questo non accada). Quello che ci interessa è che quel bambino abbia aumentato le proprie possibilità di scelta e la propria consapevolezza comprendendo, per esempio, che le case possono essere fatte non solo in mattoni o in cemento, ma anche con la terra, e che queste ultime non sono più povere delle altre, anzi sono in grado di offrire alti standard abitativi. Questa consapevolezza il bambino la acquisisce in maniera diretta abitando l’edificio che ha contribuito a costruire, usandolo e valutando direttamente i parametri di comfort e bellezza, così che poi crescendo sarà in grado di scegliere quale sarà la casa dentro la quale deciderà di vivere.

Qual è la strada da percorrere, secondo lei, per uscire dalla nicchia e far sì che le azioni e i processi che favoriscono la sostenibilità diventino una pratica quotidiana per tutti?
Il problema della riproducibilità riguarda l’ambito locale e quindi il contagio per contatto e quello più ampio del contagio delle idee. In Umbria da anni, nonostante gli ottimi esempi nati nell’ambito della sostenibilità, si fa fatica a mettere in rete le esperienze positive creando un dialogo far i vari attori che operano in entrambi i campi. Qui a Panta Rei abbiamo circa 10.000 presenze l’anno e se da una parte contiamo molto sul contagio diretto dei nostri ospiti, dall’altra notiamo anche una certa difficoltà – scaturita soprattutto negli ultimi due anni – di diffusione di certi meccanismi. La partecipazione c’è soprattutto a livello di coinvolgimento nelle attività di tipo sociale ma poi incontra uno scarso pubblico per quelle di genere più strettamente economico e produttivo. Le difficoltà che incontriamo sono dovute principalmente alla crisi economica e alla difficoltà di mettersi a sistema per riprodurre un certo tipo di modello.

Qual è la sua idea di Green Economy nella nostra regione? Su quali meccanismi lei punterebbe per far sì che la nostra regione attivi un percorso sostenibile anche dal punto di vista economico e produttivo?
La filosofia del nostro centro indica le potenzialità del basso impatto tecnologico – che tende ad abbassare i livelli di tecnologia con lo scopo di aumentarne la comprensione – come possibilità alternativa alla linea di sviluppo della Green Economy che si basa invece sull’alto impatto tecnologico. Questo per far sì che l’uso e la manutenzione di certi sistemi tecnologici (penso al pannello solare a concentrazione per esempio, il quale presenta dei meccanismi difficilissimi da comprendere) diventi più facile da applicare per i singoli utenti. La conseguenza è sì un abbassamento delle prestazioni di certe tecnologie, che in questa maniera risultano meno efficienti, ma aumenta così la possibilità di comprensione del loro funzionamento da parte di chi le usa tutti i giorni. È, infatti, l’innalzamento delle conoscenze del territorio rispetto alla Green economy, e non la soluzione tecnica, quello che secondo noi può dare un importante contributo per andare nella giusta direzione.

In questo senso una possibile soluzione sarebbe poter intervenire sulle terre demaniali in Umbria attraverso una loro riconversione, anche utilizzando dei bandi pubblici, per riportare a reddito tutte quelle aree abbandonate e non più produttive. Questo servirebbe anche a coinvolgere tutte quelle persone che sono fuori dal processo lavorativo ma che hanno in testa un progetto di valorizzazione produttiva, sociale o turistica verde. Queste persone sarebbero così in grado di svolgere, attraverso il loro operato, anche quella funzione di protezione pubblica del territorio che è così importante oggi.

Tra le tante azioni che si possono compiere in direzione di un nuovo modo di vivere il territorio che ci ospita, quale a suo parere è più facile e immediata da compiere e offre maggiori risultati per ciascun abitante?
Il primo esempio che mi viene in mente è quello classico dell’acqua. Quando si pensa a come poterla risparmiare immaginiamo subito l’episodio comune del momento in cui ci laviamo i denti, quando dovremmo fare attenzione a chiudere il rubinetto per evitare litri di acqua siano persi inutilmente. Il problema però è che lo sforzo che chiediamo dal punto di vista meta-cognitivo è sballato, perché diamo messaggi contraddittori. Noi non abbiamo modo di sperimentare la finitezza della risorsa acqua (e questo è evidentemente un bene). Infatti, se un bambino, nel momento in cui apre il rubinetto, non vede l’acqua scorrere pensa che ci sia qualche problema nel condotto o che non è stata pagata la bolletta etc…, mai penserà che l’acqua è finita. Oltretutto dopo aver lavato i denti quel bambino si girerà e getterà 15 litri di acqua potabile nel water.

Da questo presupposto è dunque necessario ripartire per intervenire su quella che è la coerenza interna del sistema. Allora per noi ha senso strutturare l’impianto in modo che ci sia un massimo di litri al giorno di acqua potabile da utilizzare per persona da decidere insieme. Inoltre nell’impianto per usi non potabili non ci deve finire l’acqua potabile bensì un’acqua di recupero secondaria. Questo secondo il nostro punto di vista servirebbe ad attivare dei comportamenti più istintivi e abitudinari e non puramente cognitivi, basati quindi sulla pratica e la sperimentazione attiva.

Chi sono i componenti dello Staff di Panta Rei? Siete riusciti a coinvolgere le nuove generazioni dalla fondazione del centro fino ad oggi?
Partirei dal presidente, Dino Mengucci, che ancora oggi è un componete del gruppo e che nel 1976 fondò assieme ad altri “La Buona Terra” da cui è nato poi nel ’93 Panta Rei. Allora si pensò di cominciare da un allevamento brado su terre incolte per contrastare il modello di zootecnia a stabulazione fissa, che determinava uno sfruttamento eccessivo delle risorse. Poi venne una seconda generazione, attorno al 1996, della quale faccio parte anch’io per giungere fino ad una terza, quella presente, la quale vede un presidente trentenne nominato da pochi giorni. Essendo la nostra una cooperativa, l’ereditarietà dell’azienda è una delle caratteristiche sulle quali essa si fonda.

Al gruppo di giovani che hanno cominciato oggi a lavorare a Panta Rei devo dire che è richiesto uno sforzo importante per riuscire a raggiungere un grado di redditualità tale da far sì che questo diventi il loro lavoro principale, quello da cui poter trarre sostentamento. Sono tutti giovani motivati che hanno alle spalle percorsi formativi diversi l’uno dall’altro (dal geometra al designer) e che hanno deciso consapevolmente di intervenire nei confronti di un modello di sviluppo che non li convince. Questa eterogeneità di vedute è molto utile ai fini del nostro lavoro perché, dopo che sono entrati qui, ripartono dalle proprie competenze e dalla loro applicazione pratica in termini di sostenibilità e con atteggiamento laico. Nel frattempo si inseriscono in un percorso legato alla pedagogia del fare – il cui scopo principale è di mettere gli altri nelle condizioni di “saper fare” a loro volta – e alla fine del percorso essi recuperano anche tutte le nozioni acquisite a livello scolastico. E questo costituisce a questo punto per loro davvero una grande risorsa.

www.pantarei-cea.it


Categories: Interviste

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3 replies »

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