Un nuovo rinascimento è possibile

Aboca_MercatiL’importanza del valore dell’appartenenza e del rispetto dell’ambiente, la valorizzazione della cultura del territorio, la forza dell’etica nel lavoro e nella gestione d’impresa. Intervista a Valentino Mercati, Presidente Aboca, Sansepolcro (Ar). a cura di Cecilia Bruschi

 

Ha senso parlare di un “nuovo modello di sviluppo” per l’economia italiana e in caso affermativo quali considera le sue caratteristiche principali?
Direi che più che porsi la domanda se abbia senso parlare di un nuovo modello di sviluppo è necessario oggi constatare il fatto che ce n’è assolutamente bisogno e stabilire soprattutto quale sia questo modello, visto che nasce spesso un contraddittorio su questo. Dal mio punto di vista parlerei di un nuovo rinascimento che abbia delle caratteristiche ben precise, una sorta d’innovazione culturale con al centro i concetti della razionalità e del bello e che coniughi le qualità dell’umanesimo e della scienza. Tenere presente questo significa per l’impresa riportare in primo piano i valori culturali, in senso molto ampio, in modo da coniugare insieme tradizioni e futuro. Nel nostro territorio per esempio questo si trasforma nella valorizzazione del capitale che possediamo da Piero della Francesca ad Alberto Burri, ma anche alle antiche tradizioni popolari enogastronomiche per esempio. Alla base di tutto c’è un discorso di crescita, che io definisco qualitativa e non quantitativa, che porta ad aumentare il valore dei nostri prodotti più che la loro quantità, in modo da farli pagare di più proprio perché valgono di più.

Aboca è un’azienda leader con un presidente carismatico che si afferma bene sul mercato nazionale e internazionale. Quali sono motivi per lei e per l’azienda di impegnarsi nello sviluppo dell’Altotevere?
Già dieci anni fa Aboca ha aperto un museo che inizialmente sembrava utile principalmente allo sviluppo del territorio – e naturalmente questo lo era – piuttosto che alla crescita dell’azienda. Nel tempo però esso si è dimostrato un valore primario per Aboca. Infatti, per un’azienda che opera all’interno della competizione mondiale avere dei valori di appartenenza, prima familiari e poi legati alle radici storiche e culturali della propria comunità, risulta fondamentale. Collegare il prodotto all’ambiente e alle tradizioni che un territorio possiede è un valore che viene percepito dall’esterno. Si può dire che noi siamo fortunati, perché non tutti si possono permettere di fare questo oggi. Basti pensare a nazioni come la Cina che possiedono delle tradizioni culturali antichissime e che solo oggi le stanno rivalutando, dopo aver privilegiato per anni la competitività sul prezzo rispetto alla qualità dei prodotti che esportano in tutto il mondo. Una delle necessità fondamentali di Aboca è quella di essere circondata dal bello, cosa che purtroppo non viene molto capita e sostenuta dalle nostre amministrazioni e dalla comunità locale. Il nostro lavoro costante mira a esportare nel mondo oltre ai nostri prodotti anche tutti questi valori di cui abbiamo parlato.

Visto questo sforzo continuo di cui parla, secondo lei Aboca è un caso raro o i principi che la guidano possono divenire non minoritari? Da dove trova la speranza che questo possa accadere e dove ne vede la possibilità?
Se vogliamo usare delle parole chiave per descrivere quello che facciamo direi che la prima in assoluto è “cultura d’impresa”, che significa eticità nel lavoro e nel rapporto con i dipendenti. Ma soprattutto essere portatori di questo tipo di cultura significa essere disposti a non fare i furbi, perché è ampiamente dimostrato che chi opera per il proprio tornaconto personale non curandosi dell’ambiente che lo circonda è destinato a fallire miseramente. Oggi siamo davanti a una svolta importante, che non è a mio parere caratterizzata dalla crisi economica quanto piuttosto dall’avvio di un nuovo ciclo culturale storico. Le imprese che riusciranno a sopravvivere in questa nuova epoca sono solo quelle che intendono considerare la cultura d’impresa come fulcro del proprio operato. Non credo che esistano delle alternative a questo oggi.

Tutti sono d’accordo sul fatto che bisogna fare rete, ma nella realtà succede poco. Perché è così difficile unire le forze di un determinato territorio per obiettivi che vanno a favore di tutti?
Dobbiamo prendere necessariamente atto del fatto che la forza italiana è proprio l’individualismo e la tendenza a isolarsi. Questo è dovuto alla necessità di difesa dagli attacchi esterni che abbiamo dovuto affrontare sempre nei secoli. Per questo ritengo che non ci sia possibilità di fare rete oggi in Italia. Il vantaggio è però che, se ognuno tenderà a perfezionare la propria attività divenendo un’eccellenza nel settore in cui opera e se ogni individualismo verrà messo a buon frutto, la comunità intera ne trarrà inevitabilmente giovamento.

Aboca da sempre insiste sul fatto che è importante “Guadagnare rispettando la salute e l’ambiente”. Farsi carico degli effetti della propria produzione sull’ambiente ha dei costi, diminuisce quindi la competitività. Perché dunque conviene?
Mi riallaccio al discorso che facevo in precedenza rispetto alla cultura d’impresa. Le aziende oggi, in qualsiasi settore operano, per essere competitive sono costrette a tenere presente non solo gli aspetti legati alla qualità del prodotto ma anche al tessuto sociale del territorio di appartenenza. Non credo quindi che sia più una questione di convenienza, chi non rispetta l’ambiente circostante e la salute di chi ci vive viene necessariamente eliminato dal mercato. E questo accade anche perché gli effetti del suo lavoro oggi sono riscontrabili in tempi sempre più brevi. Questo fa sì che chi avvelena terra e acqua viene individuato e non ha possibilità di continuare a farlo. Anche qui non ci sono alternative a un sistema di sostenibilità ambientale, a mio parere.

La crisi economica a livello nazionale in che maniera ostacola il futuro sostenibile a livello locale? È possibile attivare dei meccanismi che agiscono a livello territoriale e innescare un processo che possa durare nel tempo?
È possibile, ma la difficoltà sta nel riuscire ad attivare un meccanismo virtuoso da parte di chi ha un potere decisionale forte all’interno del territorio. I sindaci, secondo me, sono i primi responsabili di questo mancato processo di responsabilizzazione individuale e collettiva rispetto a ciò che è giusto fare per la propria comunità. I modelli che essi seguono sono spesso vecchi e raramente decidono di esercitare il potere che è loro concesso. Un cambiamento forte è necessario e possibile, ma temo che non avverrà fintanto che non ci troveremo a dover affrontare una povertà estesa e già ad un livello piuttosto avanzato. La comunità intera dovrà collaborare e se non ci muoviamo per tempo questo è quello che ci troveremo davanti.

In che maniera è possibile, secondo lei, allargare la base per rendere il discorso della sostenibilità accessibile a sempre più persone? È quello che tentiamo di fare anche noi con questa guida e con il nostro lavoro delle Utopie Concrete. Come si fa a uscire dalla nicchia?
Io penso che sia necessario analizzare tutte le problematiche che ci sono a livello locale e individuarne una in specifico sulla quale lavorare insieme. Coinvolgere quindi la comunità intera, operatori e cittadini dialogando insieme per lavorare su un obiettivo comune, anche piccolo se necessario, ma per il quale sappiamo che si può trovare una soluzione. Questa mi sembra la maniera per essere più concreti possibile oggi. Le possibilità ci sono, basta volerle sfruttare.

www.aboca.com

 


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