Perché nasce in Umbria la proposta di legge regionale per l’utilizzo delle terre demaniali incolte

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La necessità di creare nuovi posti di lavoro e di tentare di arginare l’abbandono delle terre coltivate, l’importanza della tutela del paesaggio e del valore sociale dell’agricoltura. Intervista a Francesco Forlani, responsabile per l’agricoltura di Legambiente Umbria. a cura di Cecilia Bruschi

Nel 2013 in Umbria sono state presentate due proposte di legge regionali sulle terre incolte, una nel mese di luglio del consigliere Dottorini, “Disposizioni per favorire l’accesso dei giovani all’agricoltura e contenere il consumo dei suoli agricoli”, e una ad ottobre dei consiglieri Stufara, Galanello e Barberini, “Norme per favorire l’accesso alla terra e promuovere l’agricoltura sociale e la filiera corta”.

Su impulso della rete “Umbria Terra Sociale” – di cui anche Legambiente Umbria e Panta Rei, insieme ad altri, fanno parte – si propone un censimento dei terreni attualmente non coltivati e di metterli a disposizione di persone che mostrano interesse a ricoltivarli, sia sotto forma di aziende agricole gestite da individui o cooperative che di orti sociali urbani. Ci sa indicare la dimensione numerica di queste terre e quali possono essere le difficoltà per censirle?
Purtroppo non esiste un dato fornito dall’ente Regione Umbria che permetta di effettuare una stima precisa della superficie che occupano oggi i terreni pubblici abbandonati nel territorio regionale. Questo proprio perché un censimento complessivo, che somma i terreni dei vari enti attivi nel territorio (dalla Regione fino ai Comuni passando per le ex-Comunità montane etc…), non è mai stato fatto. Il primo problema che si affronta per censire i terreni abbandonati è dovuto al fatto che i vari catasti non sono sempre aggiornati e che spesso non basta analizzare quelli dei principali enti territoriali per avere un quadro complessivo. Un esempio di questo sono i terreni che una volta erano di proprietà della Asl che sono stati acquistati dagli enti comunali e via dicendo.

Perché, secondo lei, questo tema viene affrontato solo ora e non per esempio 10 anni fa, quando di terre incolte ne esistevano già molte. Quale emergenza si affronta oggi e perché?
Innanzitutto c’è oggi una sempre maggiore consapevolezza sul tema dell’alimentazione e del biologico, in secondo luogo il censimento Istat mostra che dal 2000 al 2010 c’è stata una perdita dei terreni coltivati del 30% in Umbria. Inoltre con la crisi economica si è verificato un grosso ritorno all’agricoltura, non solo da parte di giovani che hanno alle spalle un percorso formativo che riguarda l’ambito dell’agronomia, ma anche da parte di studenti che hanno un background diverso e che per questo oggi possiedono un valore aggiunto di conoscenze ed esperienze attuando un tipo di agricoltura che potrebbe per questo essere definita d’avanguardia.

Quali sono le persone che dovrebbero usufruire di queste concessioni, chi già lavora nell’agricoltura per estendere la propria superficie d’azione o chi comincia ora e non ha mai lavorato prima nel settore?
La proposta di legge segue un iter ben preciso e resta da verificare quindi se alla fine possiederà tutti i requisiti presentati dalla rete “Umbria Terra Sociale”. Intanto bisogna dire che dal primo Decreto Monti è previsto che un 50 % di questi appezzamenti di terreno siano da destinare ai giovani italiani sotti i 40 anni, dopodiché ci sarà una quota destinata alle cooperative sociali (visto che è stata riconosciuta l’effettiva carenza di fondi a sostegno di questa categoria, nonostante il grande valore sociale e terapeutico che viene attribuito oggi all’agricoltura). La restante terra potrà essere assegnata a chiunque ne faccia richiesta ma privilegiando fin dove possibile le piccole imprese agricole che operano a livello familiare. Quello che si intende favorire è un tipo di agricoltura a km zero e di tipo biologico, che possa generare nuovi posti di lavoro all’interno del territorio.

Ecco e come si risolverebbe la questione della formazione, necessaria in alcuni casi, e dei finanziamenti per chi deve comunque avviare la propria impresa?
È previsto dalla proposta di legge che vengano innescati dei meccanismi per la formazione di questi nuovi agricoltori tramite lo scambio di conoscenze ed esperienze da parte di chi già possiede gli strumenti adeguati e che già lavora nel settore dell’agricoltura, tramite proprio la rete di operatori che nascerà in seguito alla distribuzione dei terreni.
Per quanto riguarda i finanziamenti esistono già degli istituti a livello regionale che si occupano di gestire e agevolare il credito proprio per contrastare in qualche modo il problema del difficile accesso alla terra. Questo è dovuto al fatto che spesso i terreni oggi sono di proprietà di grandi aziende agricole oppure sono stati nel tempo ereditati dai nipoti dei vecchi proprietari. L’estrema frammentazione delle proprietà, quindi, li rende difficili da acquistare. I prezzi della terra inoltre stanno crescendo perché in un momento di crisi, come quello che stiamo vivendo, diventano un bene di rifugio.
Un’altra importante azione prevista dalla legge è quella della semplificazione amministrativa rispetto alle norme per la manipolazione e la vendita dei prodotti alimentari e all’etichettatura biologica. In entrambi i casi esiste una forte necessità di alleggerimento delle pratiche burocratiche che rubano troppo tempo agli agricoltori e che hanno raggiunto dei costi non più accettabili. Nel caso dell’etichettatura il problema sarebbe facilmente risolvibile per esempio attraverso l’introduzione dell’autocertificazione del prodotto biologico da parte del piccolo agricoltore. La garanzia per i consumatori è data in questo caso dalla conoscenza diretta del produttore e dalla facilità del controllo anche attraverso il sistema del mercato agricolo a km zero. Una ulteriore forma automatica di garanzia è data anche dal fatto che quello che viene venduto dalle aziende di piccole dimensioni non è che il surplus di quello che viene normalmente consumato all’interno dell’azienda stessa, che offre quindi un prodotto testato e sicuro.

In una delle due proposte di legge regionale in Umbria si parla anche di “orti urbani sociali”, qual è il legame con il discorso delle terre incolte?
Con la proposta di Stufara si è pensato che, fra le terre da rimettere in uso, quelli che sono gli appezzamenti di terreno urbani e periurbani potessero trasformarsi in orti sociali, non destinati quindi alla vendita dei prodotti coltivati ma pensati come forma di aiuto alle famiglie che vivono nelle zone interessate. Più che allo sfruttamento di questi terreni si punta dunque alla loro valorizzazione per scopi sociali, come la creazione di piccole comunità di anziani – ma anche di giovani – che possono ricevere un beneficio anche psicologico dall’attività agricola.

Oltre ai tentativi fatti in Toscana, Umbria e Liguria esistono altri esempi di buone pratiche per promuovere questo discorso anche altrove?
Il tema dell’accesso alle terre sta diventando oggi sempre più dibattuto a livello nazionale, visto che solleva anche la questione della difesa del paesaggio e della sua messa in sicurezza. Evitare di lasciare terreni in stato di abbandono serve, infatti, anche a evitare gravi dissesti idrogeologici, oggi così frequenti, e a tutelare il nostro patrimonio naturale. Oltre alla nostra proposta di legge, e a quelle già citate, ne esistono altri esempi anche nella Regione Lazio e al meridione, in Calabria e Sicilia. Molto è stato fatto in termini di semplificazione amministrativa sul versante sanitario della distribuzione degli alimenti in alcune regioni d’Italia ma nessuno ha ancora varato una norma che tenda a includere anche gli aspetti della loro produzione, attraverso una visione organica e complessiva, come stiamo tentando di fare noi in Umbria.

umbria.legambiente.it

 


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